Ready, steady, go! La salita è dura ma una volta in cima tocchi il cielo con un dito… Joffre Lakes Provincial Park va esplorato in un giorno di sole, quando i raggi di luce svelano il colore smeraldo dei laghi e il verde brillante della foresta

 

Sabato, ore 11pm, Public Library Square: “Abbiamo un posto libero, uno dei nostri si è ritirato, parti con noi?”

Vi giuro che questa volta non me la sono andata a cercare. Stavolta è stata lei a cercarmi e non ho le potuto dire di no. Perché se è sua maestà Avventura in persona a farti un’inaspettata chiamata all’ultimo minuto, non ci puoi pensare due volte. E da buona “Yes Woman” quale sono, ho risposto affermativo, ho puntato la sveglia all’alba, ho preso lo zaino e sono partita insieme a un gruppo di sconosciuti. Appuntamento ore 7 su Georgia Street, budget 30 dollari, destinazione Joffre Lakes Pronvincial Park.

Io nemmeno sapevo dove sarei andata a finire, sono svenuta in macchina per quattro ore e mi sono risvegliata con un cucciolo di black bear fuori dal finestrino, lungo la strada che sale fino a Whistler. Solo lì ho iniziato a rendermi conto di quanto grossa fosse la faccenda: io, dieci uomini, un orso e il Canada, quello vero, fatto di odore d’acero, aria frizzante e tornanti infiniti. Da lì, altri 30 minuti circa e l’arrivo al parco. Ancora ringrazio il pit-stop da Subway: “Martin non voglio un sandwich al bacon alle 10am?” E lui: “Mangia che ti aspetta una bella salita“.

In realtà mi aspettavano 5 km di scarpinata su fango e roccia, oltre 400 metri di dislivello, no acqua potabile, no punti ristoro, no bagni. Insomma una passeggiata! Che però mi ha lasciato un ricordo indelebile nella mente e mi ha toccato tutti i sensi: occhi, orecchie, mani e piedi, bocca e naso hanno gioito di questo paradiso terrestre fatto di foreste sterminate, due laghi color smeraldo, una cascata nascosta, tre ghiacciai e un’infinità di sfumature tutte da fotografare.

Rocce e gradini ti accompagnano lungo la salita, allietata da viste sulla vallata e profumi di sottobosco. Le statue incise nel legno, invece, ti indicano la via verso il primo lago, Lower Joffre Lake, incorniciato da alberi e montagne verdeggianti. Quando arrivi lungo la riva sinistra del lago non puoi credere ai tuoi occhi: il verde della sua superficie ti abbaglia la vista e un chilometrico tronco d’albero, caduto in acqua chissà quanti anni prima, si trasforma nell’attrazione principale. Questo è il punto perfetto per uno spuntino – se ti sei ricordato di portarlo – e poi, dopo una piccola sosta, riparti alla volta del secondo lago, ancora più incredibile del primo.

Sali e scendi a go-go e poi la vista di una bellissima cascata a gradoni. Non puoi non avvicinarti per fotografarla e una volta lì, a pochi centimetri dall’acqua, ti lasci rinfrescare dal vapore delle goccioline. Altri 30 minuti circa e sei arrivato al cospetto dell’Upper Joffre Lake: uno specchio di lago che riflette vanitoso i ghiacciai brillanti che lo sovrastano, il mantello verde del bosco e le nuvole del cielo. Sulla riva è stato innalzato a guardiano un Inukshuk, scultura-simbolo dei popoli indiani dell’America settentrionale. Ora ci sei, sei arrivato in cima e puoi riscaldarti sulle rocce calde, ascoltando il canto delle aquile e le vibrazioni energetiche della terra degli Inuit.

È stato tutto intenso, eccitante, energetico. Anche il bagno che ho fatto accidentalmente nel lago. Sono scivolata in acqua, per fare la foto dell’anno, avrei voluto imprecare, ma non l’ho fatto. Sarà stato l’influsso degli Indiani o la consapevolezza che tutto è esperienza e bisogna farne tesoro? E ora so bene che quando si accetta un invito da sua maestà Avventura, è d’obbligo portarsi un altro paio di calzini da casa. Perché non c’è sempre il Christian della situazione a salvarti.